José Ovejero

La vita degli altri

 

La vita degli altri front cover

Lettura

Entrare nella casa di un morto gli provocava una sensazione non molto diversa da quella provata da coloro che per la prima volta ruppero i sigilli delle camere mortuarie dei faraoni. Davanti a lui si apre, intatto, il significativo album formato dagli oggetti sopravvissuti al defunto. Esaminare questi oggetti è uno scavo archeologico dell'individuo, un percorso attraverso la sua storia, i suoi peccati, i suoi gusti, le sue passioni, le sue angosce. Nessun oggetto è mutto, sebbene il linguaggio di alcune persone sia difficilmente intelligibile e si riveli necessario avvicinare un orecchio, ascoltare il suo sussurro per intuire, se non il significato, almeno il tono con il quale ci parlano. Una vita felice lascia impronte diverse da una triste. E come spesso si riesce a identificare un oggeto all'ombra che proietta, così è possibile ricostruire una vita dai residui che ha lasciato.

E quando una casa viene rasa al suolo, in quelle attigue rimangono tracce che –come i segni lasciati dalla trilobite e da felci preistoriche sulla pietra– rivelano un mondo scomparso per sempre; scure strisce verticali percorrono il muro là dove c'erano i tramezzi; si può risalire alla dimensione delle camere e magari anche al loro numero; resta anche la linea a zigzag di una scala, come se lì fosse morto un animale estinto da milioni di anni, uno di quegli animali dalle forme che oggi sembrano inconcepibibli; i buchi dai quali si affacciano resti di tubature o qualche sanitario ancora sospeso precariamente nel vuoto, simili alle parti dure di un cadavere che impiegano più tempo a decomporsi; carta da parati, di un unico colore o dai motivi diversi in ogni stanza, rivelano i gusti dell'inquilino o del proprietario; un poster con una ragazza seminuda o con un divo della televisione attaccato al muro, stampe di barche, cavalli, paesaggi romantici. Era uno spettacolo abituale per Daniel, che da sempre associava la città a escavatrici, martelli demolitori e gru, giganteschi cavalli meccanici che schiaciavano gli edifici come in un film giapponese di mostri appena risvegliati da un sonno millenario. Ogni volta che Daniel si fermava davanti a uno di quei buchi tra gli edifici provava un vago dolore, lo stesso provocato dalle vecchie fotografie di gente che sorride felice alla macchina fotografica senza sapere che è già morta o i giochi sparpagliati nella stanza di un bambino con una malattia incurabile.

Il dolore che provocano le cose perdute per sempre.

Lo stesso dolore che Daniel provò quando entrò nel suo appartamento. Se fosse morto, cosa si sapprebe di lui?

 

 

(Traduzione di Barbara Bertoni e Isabel Saussol)



>> Publicazioni