José Ovejero |
Come sono strani gli uomini |
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Gli anni di VenusbergFu Mabel a farmelo notare. Un po' in là con gli anni, ma per una ruzzolatina... Schioccò la lingua e indicò con un cenno del capo un uomo di una quarantina e passa d'anni che in quel momento stava da solo e faceva finta che non gliene importasse: beveva a piccoli sorsi dal suo bicchiere, ci guardava dentro, apparentemente intento a verificare la qualità della bibita, muovendo le labbra tra un sorso e l'altro come se stesse canticchiando una canzone, e poi scorreva lo sguardo indifferente sui vari gruppetti che si erano formati alla festa, con l'aria di non volersi aggregare a nessuno di essi. Il classico uomo autosufficiente: conoscevo il tipo. Ma, nonostante tutto, dovevo ammettere che non era niente male. Vestiva con uno stile più giovanile di quello normalmente adottato dalla gente della sue età e del nostro ambiente pensai erroneamente che anche lui lavorasse nelle assicurazioni : jeans neri, camicia grigia, giacca nera, scarpe sportive nere. Aveva un fisico piuttosto atletico, anche se le spalle leggermente cadenti e un po' in avanti rovinavano l'insieme. Un orecchino d'oro bianco al lobo sinistro. Te lo presento? Mi strinsi nelle spalle senza troppo entusiasmo ma Mabel, che è di quelle che pensano che se non hai un compagno fisso dopo i trenta è perché non sei capace di conquistarlo, mi trascinò per il braccio con una sollecitudine sconfinante nell'umiliazione. Veni, che a men non la racconti giusta. Quando Mabel ci presentò, lui mosse leggeremente la testa e il torace in avanti, come per frenare l'impulso a inclinarse verso di me e darmi un baccio sulla guancia, poi mi tese la mano. M'infastidì che non mi guardasse gli occhi mentre ci salutavamo. Mabel gli spiegò che ci conoscevamo da molti anni e, esagerando un po', che io ero la sua migliore amica. Lui annuì, ma non stava ascoltando. Mabel cominciò a parlare di lavoro, dei nuovi prodotti, di una segretaria che stava facendo furore tra i nostri impiegati, e a lodare il mio lavoro nella sezione nuovi mercati, insomma qualunque cosa, pur di dissimulare il proprio disagio, che era anche il mio. Un attimo, mi pare che sia finito il ghiaccio si scusò e si allontanò da noi, non senza prima avermi lanciato uno sguardo carico di significati, per il quale avrei voluto strangolarla. Scusa, ho dimenticato il tuo nome furono le prime parole che rivolsi al mio interlocutore per vendicarmi del suo disinterese. Frugò nella tasca interna della sua giacca e per un momento temetti che stesse per tirare fuori il suo biglietto da visita. Ma la mano ne uscì vuota. Continuava a evitare di guardarmi negli occhi e non sembrava aver neppure sentito la mia domanda. Inventamene uno disse, finalmente, in maniera meccanica. Sicuramente quella frase l'aveve già usata varie volte per cominciare una conversazione. Guardai l'ora senza farmi notare. Si stava facendo tardi. Potevo andarmene via senza sembrare troppo scortese. Oppure continuare a parlare con lui e a bere, magari andarci a letto e pentirmene il giorno dopo nel momento stesso in cui avesse suonato la sveglia o, nel peggiore dei casi ancor prima, percependo l'alito del primo bacio vicino al letto. Non dire cazzate. Almeno riuscii a farmi guardare. Bevette un sorso per guadagnare tempo, ma i suoi occhi mi ispezionavano da sopra il bordo del bicchiere. Scusami. In questi giorni sono un po' assente. Mi chiamo Julián. Accenò un sorriso per sondare il terreno e io decisi di essere magnanima. Sorrisi a mia volta. Di cosa ti occupi? domandai. Lui riprese a sorridere, ma stavolta il suo sorriso mi ferì: esprimeva sarcasmo, non gentilezza. E vieni spesso da queste parti? Dovrebbe essere questa la prossima domanda, no? Devo sforzarmi di essere originale? Sospiró. No, non c'è bisogno. Non ci riesco neppure io, per quanto mi sforzi. Ho una galleria. E tu vendi assicurazioni? Non proprio. Progetto strategie per quelli che le devono vendere. Annuì. Sei felice? Rimasi un po' perplessa. Non risposi subito, ma lui non si diede per vinto. Progettare strategie per la vendita di assicurazioni ti rende felice? Sì, abbastanza. Vacca bugia; non è che mi senta infelice guadagno abbastanza, ho un orario ragionevole, i miei colleghi potrebbero essere più sgradevoli di quello che sono ma non faccio nemmeno un lavoro per cui non vedo l'ora di alzarmi la mattina; quando raggiungo un obiettivo di vendita provo la moderata soddisfazione di chi riesce a risolvere un cruciverba che si presentava ostico, nulla di più; e comunque non ero disposta a entrare nel merito dei miei fallimenti con un tipo che non diceva una parola, di quelli per cui conversare equivale a fare domande senza rispondere a nessuna. E tu sei felice di vendere quadri? Fece una breve risatina, fu sul punto di mettermi una mano sull'avambraccio, ma anche in questo caso si pentì strada facendo. Ne vendo troppo pochi, quindi non ne sono sicuro. Ma di certo mi piace esporli. In quel momento si spensero le luci. Non me ne aveva dato alcun motivo ma, mentre aspettavamo al buio, ebbi l'intuizione che Julián volesse prendermi per la vita. Rimasi in attesa con un misto di speranza e di rifiuto; da una porta uscì un gruppetto al seguito di uno che portava la tarta con le candeline accese e un bengala sfrigolante al centro. Il Tanti Auguri non si fece attendere. Per far passare la torta dovetti indietreggiare di un passo, e cosí facendo gli sfiorai il torace con la schiena. Adesso, idiota, ricordo che pensai, e quando mi mise una mano sulla spalla provai una sensazione di trionfo. Quasi subito feci un passo in avanti e mi staccai da lui... |
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