José Ovejero |
Donne che viaggiano da sole |
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Lettura |
Il ventilatore del soffitto faceva rumore quasi quanto l'elica di un aereo in fase di decollo; i fogli con l'intera documentazione dell'analisi del frammento del sarcofago sembravano dibattersi per volar via da sotto il cuscinetto a sfere arrugginito che fungeva da fermacarte; le tapparelle di plastica continuavano a sbattere contro il davanzale, e la polvere della stanza svolazzava, formava piccole nubi fluttuanti, che precipitavano apparentemente senza arrivare mai a posarsi, o si innalzavano finché una nuova corrente d'aria le sparpagliava per l'ufficio. Nonostante le raffiche, Helena Schneider sudava come non le era mai successo. Per limitare le macchie di umidità che lasciavano le sue mani, teneva ferma la documentazione contro il tavolo solo con l'indice. "Perchè la gente viaggia? Non mi riferisco a chi va in vacanza al mare o in montagna." Helena Schneider era nata in un paesino del Tirolo austricao, a pochi chilometri da Innsbruck, e le avevano messo gli sci ai piedi poco dopo aver imaprato a camminare. Non si chiedeva perché la gente viaggiasse verso luoghi in cui fuggire dal caldo o dal rumore, o dove trovare una natura incantevole e non lontana dalle comodità del mondo moderno, ma perché alcuni passassero il tempo libero frugando tra le miseri del Terzo Mondo, col rischio di prendersi la malaria o l'epatite, patendo molti disagi su mezzi di trasporto primitivi, perché insomma sopportare la polvere, il caldo, lo sporco, persino l'ostilità e il disprezzo degli abitanti dei posti dove in teoria cercavano la vita semplice e austera, persa nelle società dello spreco. (Se Helena Schneider avesse dovuto scegliere, avrebbe preferito lo spreco alla scarsità). Per poi raccontarlo? Per mostrare orgogliosi le diapositive? Se Helena viaggiava, era per dovere. Preferiva la pace di una biblioteca pubblica a quella del deserto, l'adrenalina prodotta da una scoperta scientifica a quella di una situazione pericolosa, l'aria dei parchi a quella delle foreste. Per questo non accolse la possibilità di andare in Pakistan come una gradevole interruzione della routine, ma come un compito fastidioso che la strappava alla concentrazione, alla calma perfetta, alla mancanza di emozioni che le garantiva il lavoro in laboratorio. Aveva scelto la specialità di Archeologia forense perchè invece di doversi spostare ovunque si trovassero gli oggetti dei suoi studi (in genere, luoghi inospitali: burroni arsi dal sole, morene di ghiacciai, torbiere fangose), sarebbero state le vestigia delle antiche civiltà ad abbandonare le dimore millenarie per recarsi dove lei le stava aspettando...
Cobalto 60 (Traduzione di Barbara Bertoni) |
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